Senegal women's stories

DONNE DEL SENEGAL
    1. Giovanna Priori, volontaria CISV in Senegal

Keur Gui, “casa” in lingua wolof. E’ il nome di un atelier di confezioni senegalese che in effetti ricorda un po’ una grande famiglia, formata da una ventina di donne impiegate nella struttura, situata nella cittadina di Louga, dove realizzano abiti, sciarpe, tovaglie, borse e altri accessori: tutti rigorosamente prodotti utilizzando le tecniche tradizionali del batik e del bogolan. La prima è la pittura su stoffa mediante pigmenti naturali, in cui si spalma la cera sulle parti della tela che non si vogliono tingere, producendo originali effetti caleidoscopici; mentre il bogolan è formato da strisce di cotone tessute a mano, cucite una accanto all’altra e decorate con disegni in argilla.

L’atelier di Keur Gui è stato ideato e costruito, mattone su mattone, dall’Adksl, un’associazione locale che riunisce una trentina di realtà femminili, gruppi giovanili, società sportive e culturali, e realizzato grazie al progetto Fondazioni4Africa (www.fondazioni4africa.org) allo scopo di creare una fonte di reddito duratura per le donne, che sono uno degli elementi più svantaggiati - ma anche più determinati e dinamici - della popolazione.

A gestire l’atelier dal 2009 è madame Sokhena Dia, 56 anni, una donna solare ed energica che organizza le attività: ripartisce i compiti, controlla la produzione e la vendita, cura le relazioni esterne, e lavora lei stessa. Dopo aver fatto l’impiegata in Mauritania, dove ha dato alla luce 5 figli, ha dovuto rimpatriare per l’interruzione dei rapporti tra Senegal e Mauritania nell’89. Tornata nel suo paese, Sokhena Dia si è data da fare per continuare a lavorare: «Ho seguito corsi di tecniche tintorie, corsi sulla lavorazione e trasformazione degli alimenti… Ho trovato una serie di impieghi grazie a progetti di cooperazione allo sviluppo, ma quando il progetto si concludeva, finiva tutto» racconta. «Le cose sono cambiate il giorno in cui è nato il Keur Gui, così il progetto Fondazioni4Africa ha permesso a me e alle altre donne di avere per la prima volta qualcosa di stabile». Per garantire l’occupazione di più persone possibile, l’atelier funziona attraverso una divisione delle donne in due gruppi: uno lavora durante i primi quindici giorni del mese e l’altro nelle due settimane successive. Ogni donna è impiegata solo per metà del mese, ma si tratta di un’alternanza “sicura”, che garantisce uno stipendio fisso.

La storia di Sokhena Dia è molto simile a quella di Condeye Diagne, responsabile alla vendita dell’annessa boutique (così in Senegal si chiamano le botteghe di rivendita) ma anche a quella di Ngone, Fatou, Aminata, Fatma… e tante altre. Quando il pomeriggio i cancelli del Keur Gui chiudono, la maggior parte di loro continua a vendere per strada noccioline e verdure, mantenendo le vecchie occupazioni, instabili e poco remunerative; ma quello che prima era la loro unica fonte di reddito, oggi serve giusto per arrotondare lo stipendio.

Il lavoro presso l’atelier sta rendendo le donne di Louga sempre più autonome e in grado di provvedere dignitosamente alle proprie famiglie. Non solo: parte del reddito ottenuto dalle attività di tessitura e cucito - circa il 35% delle vendite - viene da loro devoluto all’associazione di quartiere Adksl, che se ne serve per lo sviluppo dei servizi sanitari e scolastici e per contrastare il fenomeno della mendicità infantile, qui molto diffuso.

    1. Antonella Domine, “turista responsabile”

A parte il look, secondo me in Senegal le donne non hanno granché diritto di parola… O forse alle parole preferiscono i fatti! Ad es. nel villaggio di Ndombo, vicino Ross-Bethio, le donne da un po’ di tempo hanno iniziato una produzione innovativa di soowu waalo, latte acido. In pratica con un particolare trattamento allungano i tempi di conservazione del latte riuscendo a venderlo con più facilità sul mercato locale (e ricavando qualche soldino che usano per le spese di casa e la scuola dei figli). Quando chiedevamo alle signore di Ndombo di parlarci della loro esperienza, incaricavano qualche uomo di fare da portavoce oppure rispondevano “domani, domani”…

Anche a Popenguine, un villaggio a picco sull’oceano dove le donne hanno creato una riserva naturale di 1.000 ettari, su un terreno che negli anni 80 era a rischio di distruzione, le cose non funzionano tanto diversamente. Le donne sono state in pole position per far rinascere il territorio, creando una cooperativa che si è occupata di riforestare e far tornare la fauna nella zona. Oggi il villaggio riesce a vivere dignitosamente grazie ai prodotti della terra, ai manufatti artigianali delle donne e attraverso l’ospitalità che forniscono ai turisti. Ma se vuoi farti raccontare qualcosa di tutto questo dalle signore, be’, non cavi un ragno dal buco!

    1. Rachele Rizzo, servizio civile CISV in Senegal

"Le donne dell'Atelier Keur Gui sono un bellissimo esempio per le donne di Louga. Sono donne imprenditrici di se stesse, che riescono a conciliare il lavoro all'atelier di batik con il loro lavoro di mamme e responsabili della casa. Ciò che più mi ha stupito è stata la loro forza di volontà nel venire a lavorare tutte le mattine del mese di agosto, in pieno Ramadan, nel mese più caldo e umido dell'anno fino alle due, per poi tornare a casa e prendersi cura dei figli e delle faccende domestiche. E poi come non essere felici nel passare una mattinata con loro? Il buonumore regna sovrano. Le responsabili stuzzicano le donne più affaticate che si addormentano sotto il sole, si ride delle dimenticanze di alcune e si riporta poi l'ordine, tutto sempre con allegria e calma. L'atelier per loro non è solo lavoro, ma anche un momento per stare fuori casa, tra donne e poter avere sotto controllo il proprio tempo e le proprie azioni.

Ma la vita non è sempre così per una donna. Alcune bambine iniziano a lavorare come “bonne” (domestica) già da piccole, senza andare a scuola, e l'analfabetismo femminile è molto più elevato di quello maschile. All'interno dello stesso atelier sono poche le donne a parlare francese o che sappiano scrivere, segno di un ruolo nella società che stenta ancora ad avere pieni diritti.

Ha una grande forza e una grande responsabilità la donna senegalese all'interno della propria famiglia, che però non è accompagnata dalla parità di trattamento in tutte le circostanze."

    1. Sabrina Negro SVE (Servizio volontario europeo)in Senegal

"Le donne incedono nelle strade polverose del Senegal indossando abiti coloratissimi ed elegantissimi con un portamento fiero da regine, equilibrando senza sforzo apparente enormi contenitori di acqua sulla testa e con neonati infagottati in teli colorati sulla schiena. L’impressione che ho avuto nel corso dell’indimenticabile mese trascorso in Senegal è che le donne siano il vero pilastro della società senegalese, nel lavoro, nella famiglia, nella gestione della casa e che affrontino questa enorme mole di lavoro con una forza, una personalità, una determinazione stupefacenti. Guardando i loro volti fieri, le loro mani esperte preparare il pasto mentre conversano l’una con l’altra ad alta voce, la loro disinvoltura nel confrontarsi con gli uomini si ha la sensazione che la donna in Senegal sia ben distante dall’essere quel’individuo sottomesso e quasi invisibile di cui ho fatto esperienza in altri paesi musulmani come il Marocco o l’Egitto. Tuttavia in un mese non si può che vedere la superficie delle cose e, ripensando alle mogli, poco più che adolescenti di uomini ben più vecchi, ai miei sforzi di concepire - senza troppo successo - la poligamia, ai discorsi inequivocabilmente maschilisti di certi uomini, non posso che ammettere che su quei bellissimi volti fieri, nella mia mente, ancora permangono alcune ombre."

    1. Camillo, Letizia, Lorenzo, Marta, Paola e Sabrina Ragazzi dello SVE

Presso il campement di turismo responsabile Le Walo, c’è il villaggio di Savoigne Peulh

Attualmente il villaggio è così organizzato: lo chef ricopre il ruolo più importante e in sua assenza è il fratello a farne le veci. Il consigliere si occupa delle questioni amministrative. L'Imam è colui che dirige la preghiera e le cerimonie come matrimoni e battesimi. Il Griot è invece il detentore del sapere, delle tradizioni locali che vengono trasmesse oralmente da generazione in generazione tramite attività culturali come la danza, i rituali, etc

In quanto all'organizzazione familiare, è la donna che si occupa della maggior parte dei lavori mentre l'uomo si cura soprattutto del bestiame. Per i peulh la maggior parte delle entrate economiche derivano dalla vendita di carne e latte e tutto il denaro viene raccolto in una cassa comune il cui utilizzo viene deciso dalla comunità riunita.

L'elemento principale su cui si basa la vita del villaggio è lo spirito comunitario e il valore della condivisione.

L’altro villaggio nei pressi del campement Le Walo è: Savoigne Serere. La particolarità di Savoigne Serere è rappresentata dalla pacifica coabitazione tra etnie diverse: i serere, che costituiscono la maggioranza, condividono vita quotidiana e decisioni con peul, djola e wolof. Ancora più straordinaria è la coesistenza di una chiesa e un centro giovanile cattolico, fondata da un padre italiano, con la moschea musulmana.

Cattolici e musulmani condividono anche la medesima scuola e centro sanitario presenti nel villaggio. Parte cattolica e parte musulmana hanno ognuno il proprio chef del villaggio che si occupa dell'amministrazione insieme ai propri consiglieri e che si concertano tra loro nel caso di decisioni che interessano l'intero villaggio o questioni esterne.

    1. Stefania Garini, VOLONTARI PER LO SVILUPPO 

In Senegal, paese a maggioranza musulmana, i bambini vanno per lo più a studiare nelle daaras,

le scuole coraniche. Nelle zone rurali, dove la tradizione islamica è più radicata, la scuola statale non è vista di buon occhio perché è laica, usa come lingua il francese e diffonde “idee pericolose”. Le famiglie preferiscono affidare i figli ai marabut, i maestri islamici, e trovandosi spesso in condizioni di povertà estrema abbandonano i figli nelle daaras senza preoccuparsi più di nulla. I bambini restano con i marabut per molto tempo, anche anni, in base alla velocità con cui imparano l’arabo e il Corano a memoria. Ma spesso i maestri li costringono a mendicare per strada, tenendo il denaro per sé e disinteressandosi delle condizioni alimentari e igieniche dei ragazzi. E le bambine? Per loro il problema non si pone: destinate a divenire mogli e madri, la scuola è loro preclusa, “tanto non serve”… Tuttavia, negli ultimi anni, l’impegno di ong e istituzioni pubbliche ha iniziato a produrre un aumento del numero di bambine che accedono alla scuola primaria. 

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